L’avvicinarsi della prossima Rupe di Assisi è sempre pretesto adeguato per riprendere in mano le Fonti Francescane o qualche testo della nostra Branca dedicato al “Santo Buono”, non soltanto per rinfrescarsi la memoria su quanto già noto, ma tanto più per aprire occhi e mente su nuovi spunti e pensieri.

Così come capita anche al Vecchio Lupo dalla pelliccia color del tasso quando, rileggendo per l’ennesima volta un brano della Giungla nel Branco, scova un nuovo dettaglio cui non aveva ancora mai badato, così anche reimmergendosi nella incredibile vastità e complessità della pedagogia francescana e della tanto sfaccettata vita del nostro Patrono c‘è sempre una traccia diversa e sorprendente da scoprire.
E lo stesso vale per le Rupi di Assisi, che seppure replicate ogni triennio offrono sempre momenti e riflessioni diverse, perché Assisi può restare uguale ma diversi siamo noi che in quell’istante unico della nostra storia personale la stiamo vivendo e condividendo.

Già, perché sebbene San Francesco sia stato scelto agli albori dello Scoutismo Cattolico Italiano come Patrono dei Lupetti “perché la sua vita è stata piena di umiltà, semplicità, amore per la natura, bontà, amore di Dio e del prossimo” (NNDD associative), è innegabile che simbologia e pedagogia francescane siano talmente trasversali da diventare un prezioso e imprescindibile faro di luce a illuminare la condotta di vita del Capo che sappia coglierne con occhio maturo e approfondito interesse gli innumerevoli spunti.
Lo stesso Cantico delle Creature, la sua più celebre e imperitura composizione, scritta con linguaggio così semplice e immediato da apparire quasi una semplice filastrocca fanciullesca sull’amore per la natura agli occhi dei “non addetti ai lavori”, cela in realtà una complessità straordinaria se ci si sofferma a “masticarla” più a fondo.

Nella “Leggenda perugina” si narra che il Cantico sia stato scritto da Francesco in un periodo di grande combattimento interiore e forte sofferenza, a causa di una infermità agli occhi che per settimane gli portò atroci dolori, permanenza forzata nell’oscurità di una celletta a San Damiano e difficoltà a dormire. Addirittura il suo riposo era tormentato giorno e notte dai topi che infestavano la sua camera e “saltellavano e correvano sopra di lui”. Una notte, stremato da tante tribolazioni, chiese misericordia al Signore, chiamandolo in suo soccorso affinché potesse sopportare le sue infermità con pazienza. Il Signore rispose in sogno alla supplica di Francesco: «Fratello, sii felice ed esultante nelle tue infermità e tribolazioni, d’ora in poi vivi nella serenità, come se tu fossi già nel mio Regno». Allora Francesco reagì al dolore e, al risveglio, radunò i suoi compagni e volle “a lode di Lui e a sua consolazione e per edificazione del prossimo comporre una nuova Lauda del Signore per le sue creature” (Leggenda perugina, 1591).
Esplode così il senso vero della sua composizione, ancor più chiaro se la si prova a leggere “al contrario”, partendo dalle ultime due strofe, le più “scollegate” dal resto dell’opera e solitamente meno considerate, ma che maggiormente riflettono momento e motivo dell’opera.
Francesco è un uomo che ha patito, che ha stentato e che all’apice della sofferenza si è affidato al Signore, e questo ha reso il suo dolore un dono e non una condanna.
Francesco chiama fratelli e sorelle gli esseri e gli elementi del creato perché nella povertà radicale vissuta era davvero quella l’unica ricchezza che aveva e che desiderava.
Francesco canta, PUÒ’ cantare, la felicità vera nell’abbandono totale al Signore perché lui non l’ha immaginata, non l’ha idealizzata, ma l’ha di fatto sperimentata. E questo fa la differenza, questo lo rende AUTENTICO.

Le stelle, l’acqua, il fuoco sono simboli coerenti di un itinerario interiore che Francesco ha scavato, contemplato, impastato di povertà e silenzio, in un cammino vero nella condivisione di ogni dono del Signore.
Francesco è autenticamente Santo perché innanzitutto è stato autenticamente uomo: non suggerisce, non indica, non detta leggi o insegnamenti, ma parte dalla sua reale esperienza di uomo.
E quale migliore esempio per noi Capi se non quello di un Santo che si è dimostrato autentico mediante le sue esperienze? Non è forse quel che, nel nostro infinitamente piccolo, e col “nostro meglio”, anche noi Vecchi Lupi tentiamo ogni giorno di fare per onorare la nostra Promessa ed essere vero, concreto, autentico esempio per i nostri Lupetti? Incarnando, passo dopo passo, quel “come tu ci hai mostrato” che recitiamo insieme, Capi e bambini, ad ogni riunione.

La pedagogia francescana vissuta nel Lupettismo, citando gli appunti di Luigi Tedeschi, aiuta a cogliere nella semplicità e nella grandezza del Creato il significato soprannaturale della vita, e di far proprie le virtù del Santo di Assisi per dare alla vita la forma del Vangelo. Ecco che meglio s’interpreta una chicca nascosta di don Alberto Bisson nell’introduzione di Cacce Francescane Lupetto: “San Francesco si trova a suo agio più tra i capi che tra i… mezzi educativi!“.

 

Buona Caccia!
Stefano Acampora
Incaricato Regionale Branca Lupetti – Regione Ovest


Pubblicato il 23-04-2026

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